Michele Rio


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michele rio, il demiurgo ferrarese fra natura e forma, di Roberto Pazzi

C'è sopra la lunetta di San Giorgio e il drago, nel protiro del duomo, a Ferrara, un largo fascione scolpito raffigurante un mascherone fra l'umano e il ferino, che vomita dalla bocca le forme della natura, animali e vegetali, ispirategli da un uccello intento a cantargliele, all'orecchio sinistro . Di piena derivazione platonica, la scena mostra il Demiurgo, ispirato dal Logos, che crea la natura, vero intermediario fra Dio e il mondo. Entrando nel vasto e movimentato atelier di Michele Rio, chissà perché mi sono ricordato, mentre guardavo le sue opere pronte per la prossima mostra, di quel Demiurgo, di quella maschera che riplasma in forme visibili e vive le idee platoniche. A evocare quella figura del mito è stata forse la ricchezza dei materiali usati dall'artista ferrarese, ormai giunto a un'intensa maturità espressiva, che gli merita l'attenzione internazionale ricevuta di recente. Per i suoi quadri eccolo usare le stoffe più diverse, dal velluto ai filtri per zuccherificio, dal gesso alle tele di tappezzeria ma anche da ricoprire camion, dai piedi di poltrone antiche al bacile smontato di una struttura dell'Enel, dalla stampelle per gigante che mai alcuno potrà reggere, ai cavalletti che sostengono scale che portano in nessun posto: facendo largo a juta, uccellini impagliati, carte fatte a mano di Amalfi, pagine di enciclopedie settecentesche incapsulate nell'entità viva, ma soprattutto autonoma dal suo Demiurgo, che è il quadro per Michele Rio. Gliel'ho chiesto a bruciapelo: che cosa ti proponi, che cosa vuoi fare quando dipingi? Mi ha risposto che usa una traccia già data per creare una nuova entità, che deve essere in grado di vivere da sola, perfettamente autonoma da chi l'ha fatta e dalla materia o traccia che ne ha favorito la genesi. Non poteva in modo più sintetico darmi l'anima della sua ispirazione. La materia è occasione di reinvenzione in una sintassi in cui mai più questa si riconoscerebbe. Se l'ottone si desta tromba, che colpa ne ha? scriveva Arthur Rimbaud ne La lettera del veggente, più di centocinquant'anni fa. Ed è così per queste belle opere di Michele Rio, pitture, sculture, installazioni che siano. Hanno il tocco magico della leggerezza e dell'armonia che emana dall'intimo di Michele Rio, persona dolcissima, aerea e arresa con sofferenza all'incarnazione di un destino, quello di artista a Ferrara, a cavallo fra il novecento e il duemila, che non è fra i più semplici. Ogni volta che entro nell'antro creativo di questo artista ne esco con la sensazione di un bagno nell'eleganza della mente, per quel dono che egli ha di associare cose lontane e inaspettate in modo morbido, graduale, allusivo, progressivo, scalare, sfumato di toni veneti, non immemore di echi giorgioneschi, oserei dire. Nulla mai di gridato nei suoi colori, anche quando sono bianchi e neri. Per questo sarei tentato di evocare il tonalismo della pittura veneta. La curva, a cui indulge volentieri spesso il suo segno, riporta alla perfezione del cerchio e dell'uovo, mette in fuga i fantasmi della provocazione legata alle geometrie spigolose, ai tagli, agli angoli acuti. Saranno le stelle del suo segno venusiano, la Bilancia, a imprimere nella sua mente così a fondo il gusto dell'armonia, pur nella scomposizione delle forme? Certo la felicità di reinventare il mondo riplasmandone la materia è il piacere che Rio si
concede sempre quando lavora, e che oggi offre a noi in una mostra tematizzata a draw & the smile - lo strattone e il sorriso - che rimarrà a segnare una tappa importante del cammino di questo artista ferrarese, di cui la nostra città può essere orgogliosa, come uno dei suoi figli più creativi.

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FORMA FLUENS, di Alberto Zanchetta


La pittura di Michele Rio la si potrebbe definire radeau : massa
galleggiante, all'origine dei tempi, quando il mondo era liquido e le forme,
senza corpo, galleggiavano come parole nell'aria. La scaturigine del
linguaggio ha però evocato gli spettri rimasti a lungo sopiti e nel farlo
le parole sono diventate esse stesse immagini [ il riferimento è
all'etimologia della parola greca idolum ]. Superbi demoni dell'analogia,
analoghi ma corrispondenti; tentatori e tentacolari...di calamaro che emerge
dalle profondità e affera le imbarcazioni spingendole nell'abisso delle
acque. La pittura diventa allora radeau sia per l'eroe Peheipe che per il
naufrago Crusoe, sopraffatti dall'immensità dell' oceano in attesa delle
cose che debbono accadere, dell'ad venire, l'avventura. Avventura che per
Rio è il tentativo di rifondare il mondo e le cose con la pittura: colori
/continenti alla deriva, in un continuo affluire e defluire, ora liquido,
tal' altre magmatico - per vulcanico effetto escretore.

Dal caos acquoso Rio fa affiorare la materia, se ne serve in modo onnivoro
perchè vorace stomaco in espansione. La condensa pigmentizia deborda,
gocciola, si riversa sull'eterogenea superficie del quadro in forma
gestuale, d'uragano, di terremoto, che si frange in primordiali geografie.
Ne emergono frammenti sparsi, brandelli di stoffe e velluti, broccati dai
motivi floreali (inflorescenze post diluviane), souvenir di relitti nell'ora
violacea del giorno, zampilli di bianco seme che solcano l'azzurro del cielo
nel suo congiungersi alle acque (mitologica reminiscenza del dio Urano e di
Afrodite), tra verdi giardini di Getsèmani intrisi di rosso sangue, terre di
Siena scura e marroni su cui splende un giallo paglierino, oscurato soltanto
da livide ombre nerastre.

Alla maniera di uno Zèfiro, o di uno Sputnik in orbita intorno alla terra,
la visione aerea di Rio sorvola i flutti, smania sulle fonti battesimali che
vergheranno scritte eloquenti, quegli arcani vagiti sprigionati dal quadro,
Verbo in principio a tutte le cose. Primordiale tentativo di esistenza
(sulla litosfera che è progenitrice di tutti gli esseri ma anche avello
marino per Fleba marinaio Fenicio).
Diversamente dal detto un uomo non è un isola, monito valevole per tutti i
naufraghi, Robinson finisce per aver creato lui l'isola [ Paul Valèry]. Il
personaggio di Defoe è infatti colui che l'ha conosciuta, designata e
modellata secondo le esigenze del caso. Se dunque le antiche divinità creano
servendosi della loro parola, il trasecolare di Plinio il Vecchio o
l'ampollosità del cacciaballe Marco Polo servono alla realtà come
palingenesi. Spetta cioè all'uomo la facoltà di plagiare il mondo a proprio
piacimento, a propria immagine e misura. Accade per Crusoe quanto per Rio;
entrambi incarnano il logos della filosofia classica, sono stiliti che
dell'alto delle loro colonne cogitano. Si astraggono dalla realtà, la
ripensano. Sognano un mondo diverso, non il migliore tra i mondi possibili,
solo uno tra i tanti.
Il cerimoniale della parola non basta tuttavia a soggiogare lo statuto
dell'immagine. Il potere di evocazione anzichè spingersi verso il mondo
cerca viceversa di generarlo. Principia una cosmogonia che coinciderà con un
discorso sul cosmo, la cosmologia. La prima di tipo nominale, legata
all'opera nella sua compiutezza di (in)forme(l); la seconda associabile al
modus operandi, incontenibile, esplosivo, come interposto Big Bang.
I quadri di Rio danno per ciò vita a una piattaforma del pensiero,
vogliono significare attraverso il linguaggio, che è una questione di senso,
e la pittura, che è una questione di segno. Trasformano le isole in
arcipelaghi, in sconfinati territori della conoscenza. Sembianti che il
dipingere veloce cerca di circumnavigare placando con la mano il desiderio
del possesso che assedia il nervo ottico, facile preda di inesauribili
sollecitazioni visive.


Vecchio dalle mani nude, riportato tra gli uomini, Crusoe!
immagino piangevi...

Saint-John Perse

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